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Categorie: Agroalimentare | Attorno a noi | Biodiversità e Paesaggio | Primo Piano | SDAF02 - AGRONOMIA, ARBORICOLTURA GENERALE, COLTIVAZIONI ARBOREE ED ERBACEE |

Tra importazioni e filiere corte: agricoltura e imprenditoria etnica nell’area laziale

Negli ultimi anni si sta assistendo a una contrazione delle filiere transnazionali grazie alla coltivazione di alcuni prodotti direttamente nel suolo italiano da parte di imprenditori stranieri

Flavia Cristaldi, Professoressa Ordinaria, Dip. Storia, Culture, Religioni – Università La Sapienza

In Italia, a seguito della presenza di milioni di stranieri e delle loro abitudini alimentari, si stanno recentemente osservando nuove geografie nei paesaggi urbani e rurali, nelle quali tessiture e trame sono costituite da elementi precedentemente avulsi dalla storia locale. Prodotti alimentari a lungo estranei alle abitudini alimentari degli italiani vengono oggi esposti negli scaffali dei negozi per essere consumati nelle tavole principalmente straniere.
Ma i nuovi cibi derivano da tipologie di produzione, di sfruttamento delle risorse naturali, di sostenibilità, di accesso alla terra, di distribuzione, di filiere che possono essere rintracciate e indagate per una maggiore comprensione dei contesti che caratterizzano oggi la società italiana. Il rapporto tra alimentazione e territorio costituisce quindi quel legame che si estrinseca oggi in nuove forme di occupazione e in nuovi paesaggi che meritano l’attenzione del ricercatore. Non solo nel territorio si manifestano tutte le attività legate all’alimentazione ma, anche dal punto di vista inverso, è lo stesso territorio che influenza le pratiche alimentari, rendendo possibile o impossibile ad esempio la coltivazione di alcuni prodotti determinandone di conseguenza la disponibilità locale o l’importazione.

Negli ultimi decenni la forte presenza di migranti e stranieri in Italia ha indotto la nascita di alcuni servizi alla popolazione proprio per dare risposta alla domanda di prodotti etnici (Ambrosini, 2009; Cristaldi 2015a). Le usanze alimentari, infatti, originano la richiesta di alimenti etnici innescando un mercato peculiare che lega il paese di provenienza e quello d’accoglienza. Alla domanda degli alimenti etnici in Italia, infatti, rispondono in prima istanza alcuni imprenditori che cominciano ad importare i prodotti dall’estero dando luogo a lunghe filiere che vedono gli stranieri stessi diventare gli anelli deboli della catena produttiva (come trasportatori o come venditori).

Sandra Leonardi PhD, Responsabile comitato di redazione de Semestrale di Studi e Ricerche di Geografia – Dip. di Lettere e culture moderne – Università La Sapienza

Nonostante gli stranieri siano attori fondamentali delle filiere che legano l’agricoltura alla vendita dei prodotti troppo spesso sono sottoposti ad un vero e proprio sfruttamento, al limite dello schiavismo (Bales, 2002; Cristaldi, 2015b; Medu, 2015; Osservatorio Placido Rizzotto, 2012), che permette l’arricchimento soltanto di alcuni soggetti. Le lunghe filiere, spesso “filiere sporche”, tengono “insieme tante, troppe, contraddizioni. Una filiera parcellizzata fatta di innumerevoli passaggi, quasi mai trasparenti, in cui convivono il bracciante agricolo sfruttato e la multinazionale, la grande distribuzione e la criminalità organizzata. Una filiera basata sul trasporto su gomma e su un modello produttivo che è spesso dipendente dalla chimica” (DaSud, Terra, terrelibere.org p. 8).

Ma se da una parte si assiste allo sfruttamento dei migranti all’interno del settore agro-alimentare, alcune esperienze recenti mostrano una complessificazione della funzione storica assunta dalla forza lavoro immigrata. Questa, infatti, non rappresenta più esclusivamente una forma di riequilibrio quantitativo dei mercati del lavoro, ma crea anche un bilanciamento qualitativo del mercato “ricoprendo i vuoti che, anche nel quadro dell’attuale crisi economica, possono manifestarsi in specifici settori” (Fondazione Leone Moressa, 2015).
Proprio in questa direzione si leggono le esperienze imprenditoriali portate avanti da alcuni immigrati nell’area laziale dove, attraverso la creazione di nuove aziende e in virtù della continuità individuale e/o familiare con l’attività imprenditoriale nella patria di origine, si coltivano e si immettono nel mercato prodotti generalmente importati dall’estero.

Cous cous, spaghetti di riso e germogli di soia, succo di cocco, peperoni neri, fagioli rossi, cavolo cinese, okra, ampalaya, coriandolo, ecc. sono apparsi ormai da alcuni decenni sui banchi dei mercati e nei negozi etnici. Questi giungono in Italia dopo essere stati coltivati e trasformati all’estero e vengono smerciati soprattutto all’interno di piccoli negozi etnici e mercati principalmente localizzati nelle maggiori aree urbane. I negozi etnici nel tempo hanno subito delle trasformazioni, perché da luoghi esclusivamente utilizzati dalle collettività straniere sono diventati, in molti casi, luoghi vissuti anche dagli italiani, trasformandosi così da attività intraetniche ad interetniche capaci di coinvolgere un mercato più consistente (Cristaldi, Belluso, 2013).
Negli ultimi anni si sta assistendo ad una contrazione di tali filiere transnazionali grazie alla coltivazione di alcuni prodotti direttamente nel suolo italiano da parte di imprenditori stranieri.
Nella Pianura Pontina, ad esempio, a poche decine di chilometri dalla capitale, nei campi crescono bietole cinesi, okra, ampalaya e spinaci rossi. Alcuni imprenditori stranieri stanno cercando di trasformare in un vantaggio il cambiamento climatico in atto inserendo nelle loro coltivazioni mediterranee prodotti che crescono generalmente a latitudini più basse.

L’esperienza imprenditoriale da parte degli immigrati in Italia è un fenomeno recente che consegue anche dalla parziale liberalizzazione del lavoro autonomo degli anni Novanta che ha permesso la caduta delle barriere normative che escludevano cittadini di alcuni paesi permettendo loro di sottrarsi alle forme di sfruttamento attuate dai caporali e dai datori di lavoro.
Nelle pagine seguenti, attraverso l’analisi dei dati statistici disponibili, la ricerca sul campo e diverse interviste a testimoni privilegiati si indagheranno alcune delle pratiche legate al rapporto tra immigrazione e settore agro-alimentare che caratterizzano l’area romana, area nella quale, anche grazie alla vicinanza al grande mercato della capitale, negli ultimi anni sono sorte imprese straniere capaci di trasformare il paesaggio mediterraneo.

Immigrazione e imprenditoria agricola nel Lazio
Dalle analisi svolte negli ultimi anni da enti, istituzioni e associazioni si evince che il fenomeno dell’imprenditoria in agricoltura da parte degli immigrati è molto vivace anche se l’avvio e la gestione di un’impresa non è sempre semplice da attuare. Infatti, prima della legge 39/1990, per gli immigrati non era facile poter diventare imprenditori in Italia, in quanto era necessario appartenere a uno Stato che avesse stabilito un accordo bilaterale in materia di lavoro autonomo (IDOS, 2012).

Azienda etnica presente nel Comune di Aprilia

Nonostante l’emanazione della legge del 1990 rimasero però in vigore molti limiti che furono superati con la liberalizzazione dell’accesso agli immigrati al lavoro autonomo grazie alla legge successiva 40/1998.
In Italia il fenomeno dell’imprenditoria straniera è aumentato considerevolmente negli anni, infatti nel 1998 le imprese con titolare non italiano erano 48.996, arrivate nel 2005 a 137.814 per passare a 228.540 nel 2010 fino a più che raddoppiare nel 2012 con 477.519 (Bea, Murzi, Lasagni, 2013).
Queste imprese, che rappresentano il 6,5% del totale delle imprese individuali in Italia, afferiscono a gruppi etnici diversi: 16,6% sono condotte da marocchini, il 15,3% da romeni, il 14,7% da cinesi e il 10,4% da albanesi (CARITAS/MIGRANTES 2012).
I settori imprenditoriali sui quali si concentrano prevalentemente le attività sono il commercio e le costruzioni, il tessile e l’abbigliamento. A queste, che possono definirsi attività canoniche, si aggiungono, negli ultimi anni, attività agricole e dell’allevamento. Anche se non è l’ambito in cui gli immigrati sono maggiormente coinvolti e quello in cui investono direttamente, quello agricolo è comunque un settore in cui manifestano la loro volontà di autoaffermazione. I motivi possono essere diversi, fra questi sicuramente quello di sfuggire alla marginalità del loro impiego in agricoltura e, in secondo luogo, non meno rilevante, per far crescere il loro reddito (Cicerchia, Pallara, 2009).
I dati relativi a questo specifico settore fanno rilevare un aumento delle aziende con proprietari di cittadinanza straniera, basti pensare che nel 2007 le imprese erano 6.578 e nel 2013 hanno raggiunto, sempre su scala nazionale, le 17.286 unità (Zanfrini, 2014, p. 330; INEA, 2013, p. 16).
Ovviamente la distribuzione regionale non è uniforme e omogenea. La Toscana è la regione con il 13,8% di imprenditori stranieri attivi nel settore primario seguita dalla Sicilia con il 12,8% mentre Veneto, Campania e Lazio si attestano sul 7% (INEA, 2013).
Dunque, la regione Lazio è tra le aree con maggior numero di imprenditori agricoli stranieri e, infatti, nel 2012 si contavano 1.215 aziende con titolari non italiani, con un’incidenza del 2,3% rispetto al totale degli imprenditori, con una variazione del 4,4% dal 2006 al 2010 e del 2,5% dal 2010 al 2011 (INEA, 2013).
Grazie a precedenti ricerche è possibile tracciare il profilo di questi imprenditori che operano nel Lazio. Si evincono dati molti interessanti che possono essere utilizzati per analizzare la ricaduta economica e sociale relativamente alla condizione lavorativa dei nuovi arrivati nel settore imprenditoriale. Il primo dato riguarda l’età, infatti gli imprenditori stranieri sul territorio laziale sono piuttosto giovani, quasi la metà (47,5%) ha un’età compresa tra i 30 e i 49 anni. Il 6,3% ha un’età tra i 18 e i 29 anni, il 33,8% tra i 50 e 69 e il 12,3% maggiore o uguale a 70 anni (INEA 2013). Rispetto alle cariche ricoperte il 68,7% sono titolari, 20,2% sono amministratori, l’8% sono soci e il 3,1% ricopre altre cariche. In relazione ai settori il 91,6% degli imprenditori agricoli stranieri lavora nel comparto delle ‘coltivazioni agricole e produzioni animali’, il 6,5% in silvicoltura e utilizzo di aree forestali, 1,9% è impegnato in aziende del comparto ‘pesca e acquacoltura’ (INEA, 2013).
A conferma del ruolo che gli stranieri svolgono sul territorio, tra le prime venti province per numero di imprenditori agricoli stranieri in Italia, Roma si attesta al sesto posto con un totale di 422 imprenditori (di cui il 9,2% donne). La provincia di Roma non è la sola provincia laziale a essere presente nella classifica in quanto Latina con 342 imprenditori (di cui il 35,1% donne) si posiziona al dodicesimo posto.
Volendo dare un quadro di maggiore dettaglio rispetto a questa situazione e analizzando dati più recenti, nella provincia di Roma su un totale di 16.626 imprese esistenti nel settore Agricoltura, silvicoltura e pesca (settore A, classificazione Ateco) (Infocamere, 2014), 187 sono riferibili a persone straniere comunitarie (presenti registrate) e 265 a stranieri extracomunitari. La concentrazione territoriale più elevata si registra nell’area dei Castelli romani, lungo il litorale sia nord che sud. In questa area troviamo 60 nazionalità diverse tra stranieri comunitari ed extracomunitari. Il gruppo etnico più numeroso è quello dei romeni seguito dai tedeschi e poi i francesi. Numerose le aziende afferenti a titolari provenienti dal Bangladesh e dalla Tunisia, anche se non primeggiano tra le più numerose.

Coltivazione di ampalaya a maggio

Relativamente alla tipologia di coltivazione tra tutte le aziende spiccano le 32 che si dedicano alla ‘coltivazione del riso’ (Codice Ateco 01.12) e le 37 delle ‘coltivazioni di ortaggi e meloni, radici e tuberi ‘(Codice Ateco 01.13), le 34 nuove imprese per la ‘coltivazione di frutti oleosi’ (Codice Ateco 01.26) e le 13 per la ‘coltivazione di uva’ (Codice Ateco 01.21), alle quali si uniscono le altre 13 per la sezione ‘coltivazioni di cereali (escluso il riso) legumi da granella e semi oleosi’ (Codice Ateco 01.11).
Se il gruppo etnico imprenditoriale più rappresentato nella provincia di Roma è quello dei romeni, nell’Agro Pontino sono gli indiani ad avere il maggior numero di aziende, infatti sono ben 45 seguiti dai tunisini con 38 imprenditori.

Il comune con il numero maggiore di aziende straniere è Fondi, ove risultano registrate, tra le altre nazionalità, 19 imprese indiane e 15 albanesi. Il maggior numero di aziende tunisine è localizzabile nelle città di Latina (n. 14) e di Cisterna di Latina (n. 14), quest’ultima seconda per numero di imprese straniere nel settore agricolo.

Nell’Agro Pontino, ricadente nella provincia di Latina la maggior parte delle aziende straniere (n.127 imprese attive) è dedita alla ‘coltivazione di ortaggi e meloni, radici e tuberi’ (Codice Ateco 0113); 39 imprese coltivano riso (012), 22 uva (0121), 19 si dedicano alla ‘floricoltura e coltivazioni di altre colture non permanenti ‘e 14 alla ‘coltivazioni di cereali (escluso il riso) legumi da granella e semi oleosi’.
Tra le colture, così come già accennato, in queste aziende con titolati stranieri, è facile trovare specie alloctone coltivate con sementi importate da questi nuovi imprenditori, i quali dedicandosi alla coltivazione di nuove primizie diversificano l’offerta del loro ‘orto’ rispondendo così ai bisogni e alle tradizioni agroalimentari dei diversi gruppi etnici a cui appartengono.

Tra importazioni, nuove esportazioni, orti familiari e prodotti km 0
Se in alcuni territori si rileva una sorta di concorrenzialità tra imprese di proprietà italiana e imprese di cittadini extracomunitari – anche se non sembrano ancora verificarsi fenomeni a vasta scala di spiazzamento, cioè di espulsione dal mercato di imprenditori autoctoni da parte di imprenditori immigrati – nel caso dell’imprenditoria etnica rintracciata dalle autrici nell’area laziale non sembra si verifichi neanche una sostituzione temporale degli imprenditori su base etnica.

Coltivazione di ampalaya a giugno

La recente formazione di nicchie di mercato “etniche” nel settore agro-alimentare laziale, nei casi identificati, non segue il processo di “successione ecologica”, cioè il rimpiazzo di posizioni lasciate libere dai nazionali perché la scoperta di aziende a conduzione straniera nell’area romana ha evidenziato la creazione di nuove aziende “innovative” che coltivano nuovi prodotti e creano nuovi paesaggi che non vanno a sostituire vecchie aziende.

Le imprese a carattere propriamente “etnico”, orientate cioè a fornire ai connazionali prodotti peculiari, rintracciate dalle autrici sono ancora in numero molto esiguo e sono molto difficili da localizzare ma rappresentano un fenomeno in crescita che, probabilmente, rappresenterà nei prossimi anni una nuova caratteristica del mercato globale.
L’insediamento più stabile delle popolazioni immigrate, i ricongiungimenti familiari, il miglioramento dei livelli di reddito, la possibilità di svincolarsi da forme di sfruttamento lavorativo, l’avvio di un’attività in proprio rappresentano, tra gli altri, elementi che spingono verso la formazione di nicchie di mercato “etniche” più consistenti e diffuse.

Coltivazione di bamye

Sulla base di studi consolidati (Paratore, 1989), l’analisi sul campo, condotta tra maggio e luglio 2015, ha permesso l’individuazione di diversi contesti agricoli nell’areale romano che facilitano o repellono la nascita di aziende a conduzione straniera orientate alla produzione di prodotti etnici.
A nord-ovest della capitale, ad esempio, le medio-grandi aziende italiane sviluppatesi su un’area pianeggiante dopo la bonifica di Maccarese rappresentano un sistema a maglie larghe che non permette, al momento, acquisizioni da parte di imprenditori stranieri.
Nell’area orientale, di converso, a fronte di un sistema aziendale che si è adattato ad un contesto morfologico collinare, la scarsa presenza di stranieri provenienti dall’area meridionale del continente asiatico (sono presenti soprattutto immigrati dell’Europa dell’Est che usano molti prodotti simili a quelli coltivati in Italia) richiede pochi prodotti esotici e, al momento, sembra non indurre la nascita di serbatoi produttivi di tali prodotti.
A sud della capitale, invece, la vasta area pianeggiante della Pianura Pontina, la presenza di migliaia di immigrati provenienti da aree geografiche nelle quali si consumano i prodotti esotici, il clima reso favorevole dalla vicinanza con il mare, le ottime connessioni viarie e ferroviarie che collegano l’area con i mercati di Roma, Latina e Fondi facilitano l’insorgenza di nuove aziende orientate al mercato etnico.

Coltivazione di okra

La prima delle due aziende rintracciate si sviluppa al confine tra il Comune Ardea (RM) e di Aprilia (LT) ed è condotta da un gruppo di contadini provenienti dal Bangladesh. Acquisiti i terreni con un contratto d’affitto nel 2010, i neo imprenditori coltivano ampalaya, okra, spinaci cinesi e altri prodotti che vengono venduti direttamente sul campo ad altri operatori che li trasportano e vendono in massima parte nel mercato romano dell’Esquilino. La seconda azienda, anch’essa condotta da imprenditori provenienti dal Bangladesh, sorge nell’area compresa tra Terracina e Sabaudia (LT) e vede la coltivazione degli stessi prodotti.

Azienda etnica presente nel Comune di Terracina

Come affermato da un giovane immigrato parte di questi prodotti viene inviato al mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Fondi e parte viene addirittura inviata al mercato ortofrutticolo di Brescia per essere poi consumata dai numerosi immigrati presenti nell’area settentrionale. Il mercato ortofrutticolo di Brescia, fino a pochi anni addietro, rappresentava il principale punto d’ingresso in Italia da parte di questi prodotti etnici che venivano poi inviati verso l’area romana. Oggi si comincia quindi a registrare un movimento inverso rispetto al passato perché esso si genera nelle aziende della Pianura Pontina e raggiunge il nord Italia senza bisogno di alcuna importazione dall’estero. Le precedenti filiere transnazionali assumono ora nuovi profili e, escludendo intermediari, si accorciano e permettono la vendita di prodotti più freschi sui mercati locali. Ma nell’ultimo periodo sembra, addirittura, che nascano nuove filiere transnazionali che hanno il luogo di produzione in Italia e il mercato all’estero. Così gli spinaci cinesi, l’ampalaya (Momordica charantia L.), l’okra (Abelmoschus esculentus)  e altri prodotti coltivati nella Pianura Pontina vengono trasportati con il treno o i furgoni frigoriferi oltre confine per essere venduti alle comunità immigrate presenti al di là delle Alpi.

Le differenze climatiche tra aree geografiche di partenza e di arrivo possono anche diventare fonte di guadagno se utilizzate per anticipare i tempi di raccolta. In una delle due aziende visitate, infatti, una donna polacca, in Italia da dieci anni, ha fatto coltivare agli imprenditori del Bangladesh delle fave tipiche della Polonia inviandole poi ai suoi figli a Varsavia per farle vendere al mercato come primizie.

Coltivazione di ampalaya sotto tendone

Così, come sempre è stato, oltre alle persone migrano gli alimenti e si creano nuovi paesaggi a diversa scala. Non sono soltanto i grandi imprenditori a sperimentare nuove coltivazioni perché i primi veri e propri sperimentatori sono gli immigrati che provano a coltivare i loro prodotti nel giardino o nell’orto di casa. Come gli emigranti italiani hanno portato oltre confine i prodotti della loro terra per ricreare sapori e profumi tradizionali (Cristaldi, Licata, 2015), così gli immigrati fanno crescere i loro prodotti tradizionali punteggiando di piante esotiche i territori italiani alla ricerca di una loro identità (Morrone, Piombo, Scardella, 2010).

Conclusioni
La presenza di immigrati comporta una crescente etnicizzazione nelle aree urbane (Cristaldi, 2002) e non solo, in quanto implica anche la caratterizzazione del territorio in generale e del paesaggio agrario in particolare, così come analizzato nella presente ricerca. Ciò non solo in relazione alle tradizioni culturali e alla caratterizzazione di edifici di culto o attività meramente commerciali che si possono incontrare sul territorio e che hanno un evidente impatto visivo, ma anche in relazione alle abitudini agroalimentari che cominciano a persistere nelle aree di nuova destinazione. L’analisi del fenomeno permette di approfondire la realtà economica a diverse scale, dal nazionale al locale, ove la dimensione locale assume un ruolo fondamentale in quanto, sicuramente, nel prossimo futuro, sarà sempre più connotata da una maggiore presenza di stranieri, sia in termini di lavoro subordinato, sia di lavoro autonomo. Oltre gli aspetti economici e sociali e alle loro ricadute all’interno dei gruppi etnici e delle loro relazioni con ciò che li circonda, sono molto importanti le ricadute che tali attività, così fortemente caratterizzate per la tipologia di prodotti coltivati, hanno sul territorio poiché gli forniscono una forte connotazione paesaggistica del tutto nuova rispetto all’assetto tradizionale.

Orto familiare di una famiglia indiana a Sabaudia

E se è vero che il paesaggio agrario è la forma che l’uomo, nel corso e ai fini delle sue attività produttive e agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale (Sestini, 1961), allora l’Italia sta vivendo quel cambiamento che porterà alla trasformazione del territorio secondo quelli che sono i canoni e le tradizioni dei nuovi lavoratori/imprenditori che stanno imprimendo il loro carattere attraverso le azioni e le interazioni con e su di esso. Tali attività agricole stanno dando vita a un nuovo cambiamento nell’assetto del paesaggio agrario. Il processo è evidente nell’agro pontino che già ha subito negli anni svariate modifiche, ma che oggi subisce un’ulteriore trasformazione facilmente visibile. In alcune aree è possibile ammirare un’alternanza tra colture tradizionali, colture importate in un recente passato e nuovissime colture alloctone in un’alternanza di vigneti, coltivazioni di kiwi e ampalaya.
Questo è sempre accaduto perché, l’organizzazione del territorio e la formazione del paesaggio hanno inizio con un gesto che comporta un nuovo ordine e avvia una nuova impresa: “Il territorio, come fosse un palcoscenico destinato a una precisa recitazione, riceve l’impronta, l’allestimento che si confà agli uomini in quel momento, in quella contingenza, sulla base delle loro esigenze produttive, insediative, sentimentali, religiose, sociali ecc.” (Turri, 2003, p. 113) e narra ad un occhio esperto la stratificazione della sua storia.

 

CREDITI
Cristaldi F., Leonardi S. 2016, Tra importazioni e filiere corte: agricoltura e imprenditoria etnica nell’area laziale
Articolo pubblicato in Romagnoli L. (a cura di), Atti in onore di Emanuele Paratore, Edigeo, Roma, pp. 73-89.

 

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